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Una valutazione (della ricerca) dal volto umano: la missione impossibile di Andrea Bonaccorsi

Roberto Caso

In un libro recente - “La valutazione possibile - Teoria e pratica nel mondo della ricerca, Il Mulino, 2015” - Andrea Bonaccorsi sostiene, con toni riflessivi e pacati, una tesi che si può condensare nella seguente affermazione: la valutazione è espressione delle norme mertoniane (imperativi istituzionali) della scienza. Nelle parole dell’autore:

“Per quanto mi riguarda, non ho difficoltà a partire dal principale modello normativo della scienza moderna dovuto a Robert K. Merton. Nella formulazione più nota, gli scienziati sono universalisti, comunitari, disinteressati e scettici”, [p. 19].

Si tratta di una tesi debole. Sebbene Bonaccorsi si impegni in una faticosa (e pur interessante) analisi interdisciplinare al fine di elaborare originali argomenti a favore della valutazione, i risultati teorici raggiunti non sembrano convincenti. L’analisi dell’autore offre una lettura distorta e parziale dell’opera mertoniana, tradendone il significato più profondo. Inoltre, trascura la dimensione giuridica del rapporto tra norme formali poste dallo Stato nel processo valutativo e le norme informali della scienza.

Sotto altro profilo, il testo in esame prova a delineare un disegno democratico, dialogico, condiviso e trasparente della valutazione - si veda in particolare p. 89 – che, oltre a soffrire della debolezza della tesi di fondo, collide frontalmente con la prassi italiana dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), motore immobile di orrori giuridici nonché di un gigantesco contenzioso amministrativo che consegna ai giudici (amministrativi) la vera e ultima valutazione.

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