Humanitarian Soft Law in Light of the Practice of International Criminal Courts
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Description
The global pace of events and decision-making rapidly accelerated after the Industrial Revolution, especially with the onset of the Information Age and new technologies. Simultaneously, the tragic events of the world wars in the first half of the 20th century amplified the international concern for the legal protection of human beings during wars and armed conflicts. In handling cases, international criminal courts (ICCs) found that the existing strict norms (hard law) lacked the necessary capacity to respond adequately to the needs of the subjects of International Humanitarian Law (IHL). The findings of this descriptive-analytical study, based on library resources, indicate that the practice (jurisprudence) of ICCs possesses a suitable capacity for creating international humanitarian norms. Given that the practice of these courts is not considered one of the traditional sources of law under Article 38 of the Statute of the International Court of Justice, these norms should be classified as international humanitarian soft law. Through a descriptive-analytical methodology, the study reconstructs the jurisprudential evolution from the first ad hoc tribunals (Nuremberg and Tokyo) to the ICTY/ICTR, hybrid courts, and the International Criminal Court (ICC). The study demonstrates that judicial practice, although not traditionally listed among the sources of international law under Article 38 of the ICJ Statute, plays a decisive role in shaping non-binding humanitarian norms. These norms emerge through: (i) the elevation of non-enforceable provisions to mandatory standards; (ii) the interpretive use of judicial decisions to clarify and expand the content of IHL; (iii) the consolidation of auxiliary principles capable of guiding judicial activity; and (iv) the creation of coherence and harmonization across different international criminal jurisdictions. Particular emphasis is placed on the ICC’s prosecutorial policies, which – by prioritizing crimes involving violations of fundamental rights, children, women, cultural heritage, and the environment – generate a practical hierarchy of international crimes.
Abstract (Italian)
Il ritmo globale degli eventi e dei processi decisionali ha subito una rapida accelerazione dopo la Rivoluzione industriale, in particolare con l’avvento dell’era dell’informazione e delle nuove tecnologie. Parallelamente, i tragici eventi delle guerre mondiali, nella prima metà del XX secolo, hanno intensificato la preoccupazione della comunità internazionale per la tutela giuridica degli esseri umani durante le guerre e i conflitti armati. Nell’esame dei casi, le corti penali internazionali (ICC) hanno constatato che le norme vigenti di natura rigida (hard law) non possedevano la capacità necessaria per rispondere in modo adeguato alle esigenze dei destinatari del Diritto Internazionale Umanitario (DIU). I risultati di questo studio descrittivo-analitico, fondato su fonti bibliografiche, indicano che la prassi (giurisprudenza) delle corti penali internazionali presenta un’idonea capacità di generare norme umanitarie internazionali. Poiché la prassi di tali corti non è annoverata tra le fonti tradizionali del diritto ai sensi dell’articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, tali norme devono essere classificate come soft law umanitario internazionale. Attraverso un approccio descrittivo-analitico, la ricerca ricostruisce l’evoluzione giurisprudenziale dai tribunali ad hoc di Norimberga e Tokyo, all’ICTY/ICTR, alle corti ibride e alla Corte penale internazionale (ICC), mostrando come la prassi giudiziaria, pur non rientrando tra le fonti formali del diritto internazionale ai sensi dell’art. 38 dello Statuto CIJ, contribuisca in modo determinante alla formazione di norme umanitarie non vincolanti. Tali norme si sviluppano mediante: (i) l’elevazione di disposizioni prive di enforcement a standard imperativi; (ii) l’uso interpretativo delle decisioni giudiziali per chiarire ed estendere il contenuto del DIU; (iii) la creazione di principi ausiliari idonei a guidare la prassi giudiziaria; e (iv) la costruzione di coerenza tra differenti giurisdizioni penali internazionali. Particolare attenzione è dedicata alle politiche dell’Ufficio del Procuratore della ICC, che – attribuendo priorità ai crimini lesivi dei diritti fondamentali, ai crimini contro minori, donne, patrimonio culturale e ambiente – generano una gerarchia sostanziale dei crimini internazionali.
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