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Discussione - Per una scienza del filosofico. Sulla Storia dell'idea di tempo di Henri Bergson

Daniele Poccia


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  <dc:creator>Daniele Poccia</dc:creator>
  <dc:date>2020-03-20</dc:date>
  <dc:description>La necessità con la quale il pensiero filosofico ha tentato di derivare il tempo dell’eterno è la stessa grazie a cui il tempo si è imposto come tema principale e forse definitivo del filosofare. Come vi fosse una segreta relazione di simmetrica esclusione ma anche di reciproca implicazione, nella storia della filosofia occidentale, tra il pensiero del tempo e quello della necessità, sino al punto in cui la negazione del tempo stesso si identifica, rovesciandovisi, nel suo inevitabile riconoscimento. Nella Storia dell’idea di tempo. Corso al Collège de France 1902-1903, Bergson non lo dice apertamente, ma lo lascia in qualche modo intuire al suo lettore (all’ascoltatore dell’epoca). Il tempo della filosofia è il tempo di una necessità – la necessità di pensare il tempo come durata. Ora, c’è un modo semplice e diretto per spiegare che cosa Bergson intendesse con il termine concettuale «durata» ed è la parola “ritmo”. Un ritmo è qualcosa di più di una semplice scansione numerica del divenire. Il ritmo designa sempre il modo in cui il tempo passa, qualcosa come il tempo stesso impiegato dal tempo a passare. Quale è allora il ritmo proprio del tempo (im)pensato dal filosofo? Come spesso – se non sempre – accade, l’allievo vede nel pensiero del maestro quel che il maestro non riusciva a vedervi. E vedendolo rivela il suo segreto a tutti. Se è vero dunque, come sosteneva lo stesso Bergson, che ogni filosofo parla sempre di una sola cosa – una sola cosa che non riesce mai del tutto a esprimere –, è altrettanto vero che spetta all’allievo enunciare quel che il suo predecessore stentava a formulare. Ovviamente, lo farà sul fondamento di un nuovo inesprimibile, anch’esso destinato, nella sua opera, a rimanere sottaciuto. Quasi che, per così dire, ogni verità non sia mai del tutto da sola. Quasi che la ‘verità del vero’ sia, da ultimo, di essere un plurale tantum. Alfred. N. Whitehead – per molti versi un continuatore del pensiero di Bergson – definisce allora così il ritmo: «la fusione della permanenza (sameness) e della novità». Dunque, la durata è tale fusione: coniuga il permanere e l’innovare, la ripetizione e il cambiamento: l’essere e il divenire. Si potrebbe dire, bergsonianamente, che il tempo vero, il durare autentico, non stia solamente dalla parte della memoria, ma sia piuttosto il sinolo di materia e memoria, il passaggio continuo dell’una nell’altra, finché tutta la materia si fa memoria e tutta la memoria diventa materia, come accade esemplarmente nel sogno. Che sia questa la determinazione ultima di quella pratica che prende il nome di filo-sofia, di amore per il sapere, e che trova addirittura nel pensiero della durata stesso (genitivo oggettivo e soggettivo) la sua unica determinazione? Il sogno come cifra della filosofia? Ma che cosa sogna, nello specifico, un filosofo? </dc:description>
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