Journal article Open Access

Recensione di G. Agamben, Il Regno e il Giardino

Luca Di Viesto


Dublin Core Export

<?xml version='1.0' encoding='utf-8'?>
<oai_dc:dc xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:oai_dc="http://www.openarchives.org/OAI/2.0/oai_dc/" xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance" xsi:schemaLocation="http://www.openarchives.org/OAI/2.0/oai_dc/ http://www.openarchives.org/OAI/2.0/oai_dc.xsd">
  <dc:creator>Luca Di Viesto</dc:creator>
  <dc:date>2020-03-20</dc:date>
  <dc:description>In uno studio ormai classico, I fanatici dell’apocalisse, Norman Cohn ha scritto che «l’eresia del Libero Spirito ha […] diritto a un posto in ogni rassegna dell’escatologia rivoluzionaria; e ciò rimane vero anche se i suoi adepti non furono rivoluzionari sociali» (Milano 1965, p. 179). Un’affermazione a prima vista incongruente, ma che aiuta in realtà a varcare la soglia dell’ultimo libro di Giorgio Agamben proprio in forza della tensione che la descrive. Il Regno e il Giardino, infatti, non solo si apre con un riferimento programmatico ai fratelli del Libero Spirito – per i quali «la perfezione spirituale coincideva con l’avvento del Regno e con la restaurazione dell’innocenza edenica di cui l’uomo aveva goduto nel paradiso terrestre» (p. 9) – ma intende in primo luogo, benché implicitamente, ribadire possibilità e aspirazioni di quello che, in fondo, è stato l’obiettivo teorico ultimo del ventennale progetto Homo sacer (obiettivo non lontano dalle correnti spirituali che spesso hanno agitato il cristianesimo), vale a dire una rivoluzione inoperosa in cui l’escatologia possa completamente riassorbirsi in un messianesimo, per così dire, differenziale. È in tale prospettiva che Agamben, attraverso il consueto metodo ereditato da Walter Benjamin – di cui dice: gli devo «la capacità di estrarre a forza dal suo contesto storico ciò che mi interessa per restituirgli vita e farlo agire nel presente» (Autoritratto nello studio, nottetempo, Milano 2017, p. 103) ­– costruisce pezzo dopo pezzo un’efficace macchina ossidionale, con cui delineare genealogia e potenzialità politiche di un paradigma teologico «tenacemente rimosso ai margini della tradizione del pensiero dell’Occidente» (p. 10). Questo paradigma è il Giardino piantato in Eden, luogo di giustizia e felicità originaria, quel paradisus terrestre che etimologicamente denota proprio un «ampio giardino recintato» (p. 11).</dc:description>
  <dc:identifier>https://zenodo.org/record/3721997</dc:identifier>
  <dc:identifier>10.5281/zenodo.3721997</dc:identifier>
  <dc:identifier>oai:zenodo.org:3721997</dc:identifier>
  <dc:language>ita</dc:language>
  <dc:relation>doi:10.5281/zenodo.3721996</dc:relation>
  <dc:rights>info:eu-repo/semantics/openAccess</dc:rights>
  <dc:rights>http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode</dc:rights>
  <dc:source>Lo Sguardo 29</dc:source>
  <dc:title>Recensione di G. Agamben, Il Regno e il Giardino</dc:title>
  <dc:type>info:eu-repo/semantics/article</dc:type>
  <dc:type>publication-article</dc:type>
</oai_dc:dc>
9
4
views
downloads
All versions This version
Views 99
Downloads 44
Data volume 1.3 MB1.3 MB
Unique views 99
Unique downloads 44

Share

Cite as