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Recensione a K. Löwith, Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche (Donzelli Editore 2018)

Michele Ricciotti

«I mutamenti nel regno della natura, per quanto infinita la loro varietà, mostrano soltanto un circolo che sempre si ripete; nella natura nulla di nuovo accade sotto il sole, per questo il gioco multiforme delle sue configurazioni finisce per annoiare». Così Hegel, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, liquidava il mutamento che si verifica in natura, contrapponendolo al divenire dello spirito, esso solo in grado di dispiegare la possibilità del novum, del perfezionamento dell’uomo. Da questo punto di vista, la liquidazione hegeliana del movimento naturale risulta perfettamente coerente con l’anima della modernità come essa viene interpretata da Karl Löwith, vale a dire come rivolta ad un’esaltazione dello spirito il cui esito non può che essere la dimenticanza della natura quale per sé sussistente, physis eternamente realizzantesi.

Buona parte della riflessione di Karl Löwith è stata infatti volta ad indagare i tratti più filosoficamente pregnanti della modernità ed a rintracciarne le radici profonde. Se nel testo più famoso del pensatore bavarese, Meaning in History, il tentativo era quello di far emergere, come appare chiaro fin dal sottotitolo all’edizione italiana, ‘i presupposti teologici della filosofia della storia’, operazione analoga e speculare è quella compiuta in Dio, uomo e mondo nella metafisica da Cartesio a Nietzsche, recentemente pubblicato in traduzione italiana, la prima condotta sulla versione definitiva ed integrale del testo tedesco, apparso nel 1967 e frutto della rielaborazione e della sistematizzazione dei testi di conferenze da Löwith tenute tra il 1960 e il ’66.

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