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Recensione a F. Buongiorno, La linea del tempo. Coscienza, percezione, memoria tra Bergson e Husserl (Inschibboleth 2018)

Filippo Nobili

«Siamo noi i veri bergsoniani!» Sarebbero state queste le parole pronunciate da Husserl a seguito di una relazione dedicata da Alexandre Koyré all’illustre filosofo francese, nel 1911, presso la Società filosofica di Gottinga. L’aneddoto ci è restituito originariamente da Jean Héring (La Phénoménologie d’Edmund Husserl il y a Trente ans. Souvenirs et Réflexions d’un Étudiant de 1909, «Revue Internationale de Philosophie», I, 1939, 2, p. 368n) e l’A. lo riporta opportunamente in apertura (p. 9) del suo studio dedicato all’«analisi comparativa» (p. 5) delle filosofie di Husserl e Bergson. Sebbene la coeva produzione teorica dei due autori si sia sviluppata per così dire in parallelo, in una sorta di reciproca noncuranza – sempre Héring (ibid.) ci confessa che Husserl conosceva a mala pena il nome di Bergson – cionondimeno, è senz’altro possibile individuare un retroterra comune sulla base del quale soppesare le rispettive tesi in un confronto critico dei due autori. La principale ragione per promuovere un simile confronto è individuata dall’A. nel tentativo condivisibile di evitare «il rischio di una chiusura ultrafenomenologica e di un appiattimento – per così dire – di Husserl su Husserl […], un rischio concreto, motivato in parte dalla difficoltà della strumentazione concettuale alla base della fenomenologia e, in parte, dall’indubbia fascinazione che un pensiero dalla vocazione tanto radicale esercita nel senso di una opzione metodologica ‘forte’ e vincolante» (p. 7).

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