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Recensione a G. Gamba, Metafisica e scienza in Bergson (Coop. Editrice Università di Padova 2015)

Andrea Mina

Come faceva notare Vittorio Mathieu nell’articolo del 1959 Scienza e metafisica in Bergson, tracciare una linea di sviluppo unitaria del rapporto di Bergson con il pensiero scientifico del suo tempo risulta un compito problematico. Mathieu aveva abbandonato l’intento, comune a buona parte della storiografia filosofica dei decenni precedenti, di fare di Bergson un irrazionalista nemico della scienza. Eppure rilevava che, sebbene alcuni scritti bergsoniani instaurassero un confronto accurato con i risultati delle scienze, svariati loro esiti finivano per contraddire apertamente il punto di vista scientifico. In molti di questi casi, Bergson suggeriva che fosse la scienza, e non la sua «metafisica positiva», a tradire l’esperienza. Il punto di partenza di Giulia Gamba – autrice del libro qui recensito – è proprio il riconoscimento dell’impossibilità di ricostruire attraverso i testi bergsoniani un concetto unitario di scienza, poiché questo rimane irrimediabilmente caratterizzato da un’oscillazione tra una visione negativa e una positiva; ovvero, scrive Gamba, da un «doppio movimento» tra critica e rivalutazione, il quale riguarda tanto il «piano diacronico» quanto quello «sincronico». Similmente Mathieu indicava la caratteristica più sorprendente del pensiero di Bergson nel fatto che in esso «le due vedute stavano in rapporto di contemporaneità, non [solo] di successione, l’una con l’altra».

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