Eeeh, Roger Coronet?
C'è moi!
Eccolo qui, il grande fotografo Roger Coronet!
C'è me, c'è me!
Bene, cari amici, come vedete a noi piace sempre fare quattro risate mentre si parla
di cose molto serie, perché Roger Coronet in Italia è un fotografo d'arte molto ma
molto noto e la sua caratteristica sono i particolari.
Entrattamente, sono i tagli che io faccio in macchina andando sempre più a closeppare
il soggetto, per cui alla fine ciò che ne viene fuori non è più un qualcosa ma è una
geometria, in cui ci sono cilindri, curve, sfere, diagonali, quadrati, triangoli.
Ma come si è arrivato a questa conclusione?
Sono arrivato perché, 33 anni fa quando ho cominciato a fotografare, facevo le foto,
la luce mi sembrava giusta, poi vedevo i provini negativi, dico, no, non è una foto.
Allora con la famosa squadretta nere, con le due squadrette nere che usavamo noi vecchi
fotografi, dicevo all'idea le mie assistente, dico, ma non è possibile, in macchina vedevo
qualcosa, vedevo qualcosa che poi qui non c'è e allora con queste due squadrette
sono andato sempre più a chiudere, a chiudere, a chiudere fino a che non trovavo l'immagine.
Dopo non avevo più bisogno del cognicente direttamente in macchina, facevo i metalli,
cosa che sto facendo anche adesso.
Ma fotografi sempre in bianche nero o usi anche il colore?
Uso anche il colore, in quanto veniamo da una produzione commerciale nel passato per
cui lavoravamo spesso più che alto al colore.
Oggi il colore che faccio è un colore un po' denaturato, un po' uso delle chromie
e un po' particolari, per cui è un colore, non un colore, che si avvicina quasi sempre
a bianche nero.
Ecco, facciamo un passo indietro, voi avete sentito all'inizio abbiamo fatto il giochetto
– Monsieur Corona?
Semua.
Semua, ecco, ma perché cosa ci entra questa Francia?
C'entra in quanto io sono un'ato Marsiglia da genitori italiani e mi è stato detto questo
un aneddoto di famiglia, che mia madre in clinica aspettava una bambina e non avevano
pensato a un nome per me, per un maschio, e allora c'era mio ozio Ruggiero, il giorno
lì e l'ho detto, se me in Francia chiamiamo l'oroge e questa è la nascita mia.
Sì, e poi la fotografia quando l'hai incontrata, come l'hai incontrata?
L'ho incontrata in un modo anche banale, se vuoi, perché avevo una macchinetta fotografica
e a Firenze facevo delle foto, niente di che, poi ho fatto, sono dato nel Chianti e ho
fatto le varie case vinicole, un punto, mia sorella che viveva a Milano casamente conosceva
Flavio Lucchini, l'editore di Donna Mondovomo all'epoca, aveva venduto parte del terreno
su cui hanno costruito il super studio, diceva, roge, fai il fotografo, dico, no, non facci
fotografi, Giulia, faccio le fotografiete, ma vieni su a Milano, cosa stai a fare a
Firenze, ti presento Lucchini e da lì Lucchini mi ha presentato Giovanni Gastel, il quale
mi ha permesso di stare 9 mesi in suo studio, parliamo dell'84, primi 85 e poi sono partito
con i primi test, con i primi lavoretti.
Quindi il tuo maestro è stato Gastel un po'?
Non lo chiamerei maestro, il mio, con lui che mi ha permesso di vedere una cosa di cui
non ero completamente a digiuno, è stato un buon consigliore, un mentor, mi mancava
la parola, un mentor, sì, ecco ma quale è il momento, quale è stato il momento, la
fotografia, eccetera, che ti ha convinto, dice, ostia, sì, sono davvero diventato un fotografoso.
Ma ti dovessi dire neanche oggi credo che di essere questo, ma è vero.
Che bello, queste affermazioni le fanno soltanto i grandi amici miei.
Ma io sto dicendo la verità, anche oggi non so dirti, non so dirti, punto, ma è vero.
Ecco, i tuoi progetti immediatamente futuri, che cosa hai fatto di particolare recentemente?
No, non torniamo sempre su particolare.
Sì, sì, va bene.
Sì.
Ha una mostra che in Agua New York il XIX ha, che bello, la Unisci Gallery che è in Chelsea,
nel quattere, cioè il 16 di settembre inauguriamo una collettiva a Piacenza, la Galleria Biffi,
a Piacenza, una personale, è una galleria diviso in tre gallerie, chiamiamo la personale
o la collettiva.
Quando lo vedete con qualche incertezza, perché qui davanti c'è la sua assistente che le
fa da suggeritore, ma lasciamolo, lasciamolo sbagliare, oh, eccolo, taccia l'assistente.
E allora, e allora, grandi monster, insomma?
E allora, grandi sviluppi, sì, sì.
Ma qual è lo stato di salute, detto fracca a me?
Mio?
No, no, della fotografia in questo momento.
Non lo so, non lo so, non so dare un giudizio, non posso dare, non so dare un giudizio,
dire che non è più comuna volta e banale, dire che oggi è tutta un'altra cosa e banale.
Lo stato della fotografia c'è questa iniziativa che ha inventato Fabio Castelli, che si chiama
mia fotofer che è la settima dizione, che vorrebbe corrispondere al parifrotore però
intorno al minore in quanto siamo in Italia, e è la minica persona oggi che ha permesso
alla fotografia di venire sempre più fuori, ecco, dobbiamo dare a lui questo merito, Fabio
Castelli.
Le nuove tecnologie, il fatto del digitale che sostituisce
la pellicola, eccetera, che cosa ha prodotto dal tuo punto di vista?
Nulla, nulla di particolare, perché se vuoi essere un purista, continuo a dire, ah, la
pellicola, la macchina la 6x7, se vuoi essere moderna, prendi tutte le canon nuove che stanno scendo,
e questo è il grande discorso.
E questo è il grande discorso.
E questo è il grande discorso.
E questo è il grande discorso.
E questo è il grande discorso.
È il grande discorso.
È il grande discorso.
