Sì sì. Sì sì.
Ah beh, innanzitutto si muove dall'esigenza individuale di un'espressione che non è,
cioè che è vincolata e becolata dall'altro, ma è anche un'esigenza individualistica, quindi non è.
Cioè noi siamo forti insieme e saremmo stati forti anche da soli.
Avremmo fatto chiaramente un altro lavoro, Flavia, avrebbe fatto un'altra cosa e avrebbe fatto un'altra cosa.
Però non è che siamo, quello che facciamo, scaturici al fatto che noi lavoriamo in due, anche da quello,
ma soprattutto dall'esigenza di espressione individuale che ognuno ha.
Questo è fondamentale.
Io lavoravo già, facevo le sculture così, m'occupavo ogni tanto, facevo qualche mostra.
Antonio spesso faceva rappresentazioni teatrali, sempre di lavori che scriveva, lui, con gli amici suoi,
questo in provincia, anzi, no?
A un certo punto, Antonio, c'è bisogno di qualcuno che l'aiutasse a fa un allestimento, ma chiamata a me.
E da lì poi, insomma, è andato avanti perché io ero interessata al teatro, perché mi veniva a noi all'arte figurativa.
Anche perché penso che adesso bisogna allargare parecchio le prospettive di chi si occupa di comunicazione.
Io intendo l'arte figurativa come comunicazione.
Però è un'arte, la nostra, che disinforma, perché non dava informazione unilaterale,
dalla possibilità che viene informato di avere varie possibilità di reinterpretare questa informazione che diamo noi.
Quindi è un'informazione nazista, che è l'appunto dei mass media, della televisione, dei giornali, della mistificazione anche culturale che c'è non solo in questo paese.
Dalla possibilità di perdersi in input che vengono dati senza la necessità di dare quello che viene chiamato volgarmente un messaggio o un indirizzo.
Nessun indirizzo, soltanto la libertà di poter reinterpretare tutto quello che da noi viene detto, di vederci altre cose,
perché ognuno può vedere altre cose in quello che uno fa, io se vedo Coniccia Fly a Giotto ci vedo altre cose, non vedo quello che Giotto voleva fare, sarebbe la mia ingiotto.
Comunicare non è informare, comunicare è informare per dare altre possibilità di rivedere quello che viene detto da chi involontariamente o volontariamente informa.
Pubblico è pubblico perché lo diventa per miracolo la sera, ma le persone che affollano il teatro fanno altri lavori, non sono pubblico di professione.
Non stiamo parlando dell'esercito, ognuno poi si distrae, se quando si distrae ha la possibilità di reinterpretare quello che viene detto,
non vede la classica e volgare narrazione, ma vede delle scariche, delle scosse elettriche che vengono poi metabolizzate e generate.
Ci sono degli attori che sono venuti a vedere, fatto finisca la prima e raramente c'è un attore che mi ha chiamato, mi ha detto Roberto Citranno,
è difficile dirlo da un attore a un attore, c'è talmente tanta energia che il giorno dopo ho provato con più energia.
Ecco quello è, quello che c'è di spesso. Informazione energetica e non appunto di dascalica.
Cioè più che altro assorbono la carica e quello è proprio comunicazione come se fai l'amore col pubblico.
Io credo è una filosofia dello spossamento, non mi piace spesso la filosofia perché viene elaborata da corpi seduti.
E non credo che un culo poggiato su una sedia abbia lo stesso suono che ha un corpo che si spianca.
Cioè quando io ho fatto grazie alle sfere di Flavia, mi ha venuto in mente l'ospedale di questo spettacolo con le suorie di ambulanti che corrono.
Cioè io ero stanco mentre lo facevo. Da seduto non mi sarebbe venuto quel testo che poi non è un testo scritto.
Quindi credo profondamente che un corpo spossato abbia un suono diverso e ha un suono superiore al suono di qualsiasi corpo che elabora da seduto.
Tutte le cose che io dico non nascono da un calcolo mediocre e meschino che è il calcolo del tavolino.
Nascono dal movimento incessante del corpo che si spossa e che quindi emette altre parole, altri pensieri.
Quando sei stanco emetti altri pensieri.
Io credo molto non nel culo sulla sedia, ma nel farsi il culo fuori dalla sedia.
E l'insieme è colto, è colto l'insieme, cioè è dispessore colto, perché ci stanno tante disciplinie dentro.
E non c'è tanto teatro perché la base nostra non è teatrale, nemmeno Antonio.
Per persone che fanno teatro lo si vede dal fatto che quello che facciamo noi in teatro non lo fa nessuno, quindi noi occupiamo gli spazi del teatro, ma non facciamo teatro per questo.
Perché lo spazio del teatro è grande, io so gli unici spazi grandi dopo i musei d'arte contemporanea che frequentiamo quando ci capita.
Quello posso rispondere per me, perché poi penso che questa sia personale.
Sì sì.
Io vivo solo per rappresentare, c'è un bisogno continuo di fare esperienze nuove a livello proprio figurativo, di materia e materiale, infatti conosco tantissime materie.
Cioè è proprio la mia natura che mi spinge a cercare di fare cose che non so fare e di farle, poi quando poi comincio a avere troppa patronanza lascio la cosa perché poi subentra il professionismo che detesto.
Lavoro molto su le immagini digitali, quello sì, però stare là così, io sono troppo radicata al corpo, mi piace il martello, mi piace la carnalità della materia.
Certo, mi piace anche lo spazio e ha influenzato molto il mio lavoro, lo spazio del computer.
Soprattutto Photo Finish. Photo Finish è uno spazio, è uno spettacolo per uno spazio tipo computer, che può essere 100 metri.
Cioè hai visto non si capisce
c'è una cosa che mi è piaciuta tanto e l'ho applicata così al concetto spaziale di Photo Finish.
C'è il problema è che c'è chi passa il tempo e chi passa la vita, noi passiamo la vita su quello che facciamo, non è che passiamo il tempo, non passiamo i giorni, sappiamo che passeremo la vita su quello che facciamo.
Quindi è una sessione che porta poi alla nostra manifestazione, cioè non pensare come dice Flia prima a niente altro che a quello che fai.
Cioè da quando apri gli occhi e quando li chiudi e anche quando li hai chiusi sei prigioniero di questa sessione, cioè fare cose che non ci sono.
Oppure il portare, che è sempre un lavoro che facciamo per noi stessi e non per altri, il portare in giro quello che già hai fatto.
Però è tutto un lavoro speso su di noi, su noi stessi in modo che togli anche chiaramente spazio a tutte le altre cose della vita, ma non è che sia questo importante.
Cioè è importante, noi facciamo più cose e io rispondo adesso da parte mia, però penso, condivido anche Flia che abbiamo parlato spesso,
cioè il fatto di fermarci al teatro, Proca, una noia poi, noia della rappresentazione, noia della creazione, facciamo passare sempre anni tra uno spettacolo e l'altro.
In quegli anni facciamo il cinema, non possiamo fare sempre il cinema perché subentrerebbe una noia relativa al cinema, non posso scrivere sempre libri perché mi annoierei.
Flia non può fare sempre i mostri perché si annoierebbe. Quindi è soltanto un discorso per passare la vita, di sfuggire alle trappole della noia, che la noia tende durante una vita.
Quindi non saremo mai dei teatranti, non saremo mai dei cineasti, non saremo mai degli scrittori, non saremo mai degli scultori.
Saremo tutto questo, che è come una diramazione, c'era una fotografia, un collage di Flia che rappresentava se stessa, ma rappresentava anche me, infatti mi piaceva molto che era questa sua figura tentacolare con le braccia,
un'unita di otto, dieci braccia che prendevano tutto quello che potevano prendere, no? Quello è, diciamo, che potrebbe essere anche l'emblema di lavoro che ha iniziato.
C'è un autore ridratto, però. C'è un autore ridratto suo, ma nel quale io mi ci vedo benissimo. C'è l'incapacità di sottostare al mestiere, alla noia, al professionismo, al già fatto.
Sì, penso che sia cosa peggiore dopo la malattia che possa capitare all'uomo, però poi la noia può trasformarsi in una malattia.
La noia, però, è tua. Cioè, sarebbe bella che ci sia una noia incurabile, no? Una noia che porta alla morte. Purtroppo la noia non porta alla morte, ma porta alla vita.
Porta alla contentarsi delle lemosine ministeriale, dello Stato, della vita volgare. Porta all'accettazione alle regole delle leggi. Ecco che cosa porta la noia. Non è un male incurabile, purtroppo.
Sarebbe bello avere metastasi di noia nel corpo che conducono a una noia, a una piaga totale, che porta poi alla morte di chi sia a noia.
È difficile spiegare un stato d'animo. Cioè, io ho l'ansia motoria, quindi non riesco a stare fermo. Fatico ad essere fermo. L'unica cosa che mi fa stare fermo è essere il narcisismo del racconto, perché altrimenti mi sarei già andato.
Cioè, non riesco a stare seduto. Quindi quello è un atteggiamento, che non è nemmeno un atteggiamento del corpo. Non è stato d'animo, è non riuscire a essere troppo tempo nella propria pelle. Quindi io non vedo altro che il corpo.
Il mio è quello di chi mi ha di fronte. E credo che bisogna il corpo scavalchimi, bisogna la mente, che la mente sia serva del corpo. Non credo nell'interletto. Cioè, una mente malata può dare anche prova di grande letteratura.
Cioè, uno può scrivere bene con una mente malata. Un corpo malato non ti dà la possibilità di fare niente. Quindi penso che il corpo sia superiore alla razionalità e che è molto più istintuale.
Quindi mi piace di più e a meno ipocrita. Un corpo non può essere ipocrita se si muove, incestantemente.
Cioè, mi distrago quando penso, non mi distrago mai quando mi stanco. Cioè, quando penso, mi distrago e non sento la materia che è dentro la testa, che sarà anche di primissimo valore.
Però se io mi stanco non mi distrago mai dalla stanchezza. E vuol dire che quella è la giusta direzione.
Questo ero. Questo sì.
Noi cambiamo, solo che il concetto del cambiamento, se poi è continuativo, diventa pure lui una regola.
Purtroppo le regole nella vita ce le devi avere. È meglio avere una regola di cambiamento che una regola di staticità. Quello sicuramente.
Ma poi non è che cambiamo perché vogliamo cambiare. Cambiamo perché cambiano i nostri pensieri da un momento all'altro.
I nostri interessi materici, i nostri interessi di sonorità di parole. Cioè, cambia quello, cambia pure il senso. Non è che noi pensiamo, facciamo questo per essere centrici.
Lo facciamo con spontaneità.
Cioè, lo stupore è una cosa importante nella vita perché se tu riesci a stupirti, significa che rimani con la mente aperta altre esperienze.
Quando io vedo Antonio dentro, quando ho visto la prima volta Antonio dentro la sfera, mi so, commossa, è stato emozionante. Se non avessi esagerato nella forma non avrei mai visto.
C'è l'assenza del pensiero del pubblico, guida quello che facciamo. Non è che uno va in... Cioè trattiamo argomenti che non sono del pubblico, sono nostri.
Ecco perché al pubblico piacciono. Perché se tu vedi Bamut, per esempio, che l'esesperazione della perdita di significato è irraccontabile,
ma ha un ritmo anche nelle risate pubblico, risate di felicitari, di sperazione, però sempre, pur sempre risate, che si reggono sul nulla.
Cioè l'anno scorso abbiamo riempito questo teatro per un mese senza che nessuno potesse, dopo lo spettacolo, consigliare un altro spettacolo sulla base di un racconto.
Doveva dire semplicemente vai, perché non era possibile capire di cosa trattasse.
C'è riconoscibilità, significa che ciò che fai, se è valido è talmente diverso dal resto che viene sempre riconosciuto, proprio perché è diverso da quello che c'è.
Poi è diverso anche da se stesso, però essendo noi, nel caso nostro, che lo facciamo, si vede la nostra perversione, nel senso che non potremo mai...
Per noi facciamo un esempio teatrale, per noi non assomigliare a noi stessi significherebbe fare uno spettacolo di narrazione, quello significherebbe fare una cosa che spiazzerebbe tutti.
Fortunatamente io non ho questa pazienza di mettermi a raccontare al pubblico una vicenda che possa essere agganciata con i malesseri di oggi, di ieri, di domani, perché non me ne frega un cazzo, di raccontare.
Perché dopo cinque minuti rimarrà estremato, ma estremato veramente perché mi fa schifo il fatto di comunicare attraverso la comprensione.
È di capovolgimento degli elementi, tutto è capovolto nella storia, nella narrazione, nei spettacoli, così come nei corti, così come nei tropolitani.
I tropolitani si capovolge proprio il senso delle cose, i morti addirittura si piantano.
Quella è importante perché nel capovolgimento le cose alla gente li piacciono dal dritto e anche sotto sopra.
Non è vero che le persone vogliono un certo tipo di comunicazione, come quella televisiva. Se vedono una cosa bella, la sento, non la vivo, non sto contenti.
La frase finale di Pasolini, con quelle film che dice che il gusto c'è a fare le cose quando è così bello pensarle.
Noi non le pensiamo per non rovinarci la sorpresa, le facciamo direttamente così. Godiamo anche noi la bellezza di una cosa non teorizzata prima.
La teoria viene appiccicata dopo. L'ignoranza di questo paese è che, per esempio, le note teoriche che sono veramente strabiglianti, che noi appioppiamo gli spettacoli e i film, sono tutte apposteriori.
Nessuno capisce
e nessuno capisce
che possa esistere questo metodo perché la teoria è stata insegnata che la teoria va stabilita prima.
È un gesto creativo accompagnato dalla cultura delle persone, non è che siamo completamente ignoranti, non è che siamo completamente selvaggi.
Siamo inquinati da una cultura, è chiaro, da una cultura molto contemporanea, molto figurativa.
Io mi sono accortata che da lì, ho maturato la prima volta che ho visto quelle opere, io ero molto giovane, ero proprio bambina, e da lì ho maturato un certo senso del corpo.
Ma quello che non è che io ho fatto e lo ho pensato, io lo ce l'avevo nella mente e è uscito al momento giusto, senza pensarci, poi me ne soccorta, perché se uno va lì e fa caso ai riferimenti, è chiaro che perde la spontaneità.
Ah beh, il performer è con lui che non entra nel personaggio, quindi non è servo neanche di sé. Quindi è superiore all'attore e superiore al politico, cioè il politico venderebbe i genitori per essere un attore, no?
E l'attore venderebbe i genitori per essere un performer. Purtroppo, mentre in questi due casi c'è la necessità di servire, il politico serve il popolo, cioè ma serve nel senso che da mio punto di vista è proprio un servo del popolo.
Non è con lui che lo direcneggia, è uno sguattero. L'attore spesso, entrando nel personaggio, diventa il servo di sé stesso. Performer non ha queste esigenze, perché io mentre faccio il spettacolo riesco all'unico momento in cui penso ad altro.
In cui mi organizzo la giornata, ho un fremito di energie che mi porta a avere altri pensieri per fortuna, cioè il pelo. In un momento cardino, lo spettacolo, io vedo se ci sono i peli sulla sfera bianca, mentre il pubblico freme e mentre fremo anch'io io levo i peletti.
Sono gesti che sembrano di scena, ma io sto pensando alle vari peletti, non a quello che dico. Ecco cosa è il performer, non pensare a quello che si dice, quello che si dice è detto, non deve essere pensato.
L'attore purtroppo entra nel personaggio e quella è la sua barra.
È difficile portare in scena una fisicità che è autentica. Io sono completamente falso, la falsità, la inesima potenza coincide con la naturalezza. Non può essere falso a metà, l'attore spesso è falso a metà e quindi è tutto falso.
L'opera d'arte bisogna dell'autore per essere veicolata, significa che non è una grande opera e significa che l'autore cerca lavoro e quindi trova lavoro attraverso la rappresentazione sua non dell'opera, parla dell'opera.
Noi non parliamo delle opere perché siamo bravi a parlare, diciamo anche le cose intelligenti, ma saremmo sempre inferiori rispetto alle cose che facciamo e è giusto così. Ci mancherebbe che io da seduto diventi superiore a me che mi muovo.
Se lo vedi da là, ci sanno i dentini, le donzille e la lingua. Sto sulla lingua.
Sì sì, tranquillo, tranquillo.
Sì, tranquillo, tranquillo, tranquillo, tranquillo.
È peccato, è tutto a posto? A posto non è da niente.
Ah, si, lo chiamo solo.
Sì, ma è una fogna, città è una fogna.
È un capoletto, è l'ingresso di Roma, c'era Stolago di merda, ma questo è il più grande strumento di controllo sociale che c'è. Cioè politicamente stabilito, che trafione insieme delle macchine.
È un progetto, un disegno politico per far sì, perché nessuno scoprà, perché c'è i cazzi suoi, c'è il progetto, c'è il gioco e c'è la grave che le mezze sei che scrivono, scrivono questo.
C'è comunque questa violenza, perché poi quando trovi la violenza di espressione.
Che cazzo le maiali qua? Non crani i maiali?
L'altro giorno siamo stai all'Università, il professore ha detto attenzione, stavoliva i mitificazioni.
Attenzione alla mucca pazza.
Dopo due giorni ho scelto il maiala di ossine, ho chiamato e ho detto complimenti perché se tutti c'è il suo professore come te si andrebbe meglio.
Questo ha previsto la mucca pazza, è il maiala di ossine, che non sanno il cazzo di strarne l'opinione.
Il maiala di ossine.
Sulla nestra.
Ecco, Pipu, Pipu è comunista.
Ehi! Ehi! Ehi! Ehi! Ehi! Ehi!
Ehi! Ehi!
Ehi! Ehi!
Ehi! Ehi!
Buongiorno Angela Magno. Buona! Già fatto io. Porcugane, Flut, me già fatto.
Tu.
Prende, chiamiamo l'angolo del Frick, che spieghiamo sempre, artisti che siano molto originali, centrici, etc.
Mi graziamo di prendere parte al nostro circo.
Cipri che è anche direttore della fotografia, vero?
Eh sì.
Ah sì?
Sì.
Ma no?
Allora, Antonio Arezza è a Roma con Photofish, che è una riproposta molto modificata di uno spettacolo di qualche anno fa, perché c'è Flavia, addesso che ci ha messo le mani.
No, no, io le mani ce le metto sempre.
Lei ci mette le mani e lui la faccia.
Ma non è un discorso di mani e di faccia, eh?
Non è una cosa.
Corpo, è infatti un teatro molto frisico, quello di Antonio e Flavia.
E poco Frick.
Allora che ci fate l'angolo del Frick?
C'è un chiamato. Noi non siamo racisti, andiamo tutti.
Grazie.
Dicevi.
Diceva che è molto frico, molto libero quello che facciamo.
Direi?
Antonio non si può mettere certaini gatti, eh?
È un dio.
È davvero unice. Non siamo nel teatro, no?
Non siamo nel teatro, stiamo nel teatro più in comodità, ma noi facciamo musica, facciamo ritmo.
In comodità vostra o degli spettatori?
Per comodità nostra, anche gli spettatori, noi facciamo ritmo, no?
E infatti quest'intervista è ritmo.
Conosciamo i tempi.
Wow, è proprio per ragione di tempi.
Che di scarpe c'è vero.
C'è vero un reciprocario.
Come ci si sente, Flavia?
Infatti ho finito la prima, poi in balmute ci sono altri due attori.
Ci si sente...
perché ti devo rispondere.
Dietro, bene.
Anche lei lavora solamente?
No, non faccio anche altri cose, ma poche.
Va bene, perfetto. Allora, a me non resta che augurarvi buon lavoro.
In bocca al lupo, per fatto, finisce
Arrivederci, buonanotte.
Buonanotte.
Prontissimo.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Noi facciamo un lavoro indivendente.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
