L'Intervista Impossibili, Annibale Ruccello, Castella Maria di Stabia, 1956, Roma, 1986
Buongiorno Annibale, come sta? Cosa le pensa della situazione attuale del teatro all'interno della cultura italiana?
Vedere le cose dall'alto e condistaccomi da un grosso sollievo sono un autore che è venuto e vissuto in provincia. Dopo la laurea in antropologia culturale, il dottorato e l'esperienza con Roberto Di Simone posso dire che il teatro va studiato e non improvvisato.
Sicuramente però sono sempre stato convinto che bisognerebbe spazzare via le filo drammatiche. Sono credibili solo per parenti ed amici, saranno pure una forma associativa nobile ma innegabilmente di cultura, nemmeno a parlarne.
Qual è l'opera che pensa che abbia portato al successo? Diverse. Le succherose di Jennifer mi ha provo al successo a livello nazionale. In quegli anni mi rendo conto che abbia colpito la scelta che opera e ne raccontare la storia di un travestito. Tutto rattuale.
Ma a me divertivo di scrivere un giallo e studiare la figura del travestito al di là del motivo della sessualità ma in quanto espressione dell'ambiguità.
Qual è il mondo femminile che descrive nei soggetti dalle ritratti? Ma certamente quello di personaggi che si ato in marguliano perché in alcuni casi consapevoli che lo sarebbero stati dalla società. Ma ad esempio Maria di Carmella di Mamma è stata espirata in agio allenato di Castella Mare di Stambia conosciuta come Anna La Pazza che già negli anni ottanta viaggiava sempre in circunve sudiana e si tratteriava spesso a parlare con me e miei amici tra i quali vanno in baiano.
Sembrava che attirassimo i dei relitti perché sentivano che non sarebbero stati giudicati da noi. Maria di Carmella di Mamma come quella donna con problemi mentali rappresenta l'alterità per me.
Ma in Mamma c'è anche dell'actualità di quegli anni. L'Italia è rimase incollata alla TV a seguire per esempio l'episodio di Alfredino, il bambino caduto nel polso artesiano.
Una si chiamava L'Otrezza e l'ata più grossa si chiamava Tatalinella.
A Mamma ma emozionava lì assonata, giudiziosa, si senata, si creatura, faceva basti guaglioni non tenendo volita niente.
Se l'anormo si ritarda una vecchia sigla, una similita, cadenevano poche simpatie copate di quali vanno.
Allora una mamma mi partiva il buon giorno e se si quiava e carfava, faceva, e questo facevano tutti i santi giovani sta storia.
Una bella mattina mamma mi partiva il fuoco, si accchia Paiata al mella sotto e ha lasciato la mano.
Di scelta che sapeva un bell'accuso, affa finne l'eccavasa.
D'Iaia si mi ha riuscita a riscire.
A Bizzocca c'è di scelta. E' mamma t'ha tosto?
È la cucina, io rullo la giudizia, forse asciutto.
Passata, passata, girata, girata, non dovrā tutta buona, non dovrā tua, non dovrā colpita.
Questa solitudine delle donne che racconto, ritorna anche il notturno di donne con ospiti che mi ha omaggiato nel 1996, grazie alla direzione artistica del Maurizio Costanzo, con la sua presenza all'interno del Festival Città Spettacolo di Benevento.
Dove si ferma la sua ricerca antropologica per dar spazio all'immaginifico?
Di certo la ricerca delle radici della cultura napoletana è sempre costante nei miei testi, pensate al bolo dell'angelo inferminando.
Ma un espazio dedicato ad un linguaggio diverso è possibile trovarlo nel remake teatrale di una pubblico l'americana che mi divertì a realizzare per il testo dell'ereditiera Napoli Hollywood del 1981.
