Pronti? Sì. Ok.
Salve a tutti, siamo con l'architetto Franco Panzini.
Io sono Elena Gepetti, paesaggista, e Franco Panzini è scrittore di libri tra cui progettare la natura e i piaceri del popolo,
che sono dei veri e propri riferimenti per noi paesaggisti.
Attualmente è docente per la sua facoltà di architettura di Venezia e professore, c'è anche altri suoi titoli, ecco.
Non ne ho. Ma come? Mi sembra sufficiente.
Mi è capitato di insegnare in molte scuole italiane e in questo momento insegno un corso di restauro del Giardino Storico,
la facoltà di architettura, dell'IUAV a Venezia, e poi insegno molti dei master diversi che si svolgono in Italia.
Ecco, quindi, devo dire, un ricco curriculum.
Ecco, quindi la ringraziamo di averci accolto nella sua casa, in questo luogo più intimo del suo lavoro,
e è qui che lei scrive i suoi libri, il suo luogo di lavoro e di studio?
Sì, nei tempi recenti, sì.
Ancunque, abituato a scrivere e fare ricerca, sa che un po' le modalità della ricerca sono cambiate.
Un po' in fondo me ne dispiace, perché ho grande nostalgia delle bellissime biblioteche che ho nel tempo frequentato
e che in fondo frequento meno, perché l'avvento di internet e il crescere della mia biblioteca, almeno in parte,
è fatto sì che questa necessità di girare per le straordinarie biblioteche del mondo fossero sia diminuita.
Anche se ricorda, ad esempio, con emozione, la prima volta che andai a lavorare con un gigantesco portatile alla British Library,
dove mi fu richiesto di fare un esame di quanto la mia battuta disturbasse i giri,
perché quindi mi sforzai e fu fatto un dettato.
Io dovevo scrivere in silenzio.
In silenzio.
Grande nostalgia di quei luoghi.
Ecco, quindi una biblioteca che spazia, immagina dal paesaggio, all'architettura, a un luogo di ricerca.
Che pesi dà queste sue attività e le ritiene ugualmente importanti?
Paesagismo, architettura o per lei, appunto, hanno dei pesi diversi?
Io sono architetto.
Anche se poi riendando un po' indietro nella mia storia personale...
Ecco, se puoi raccontarci un po' il suo interprofessionale...
Sì, sono architetto sempre amato alla storia dell'architettura e continuo ad amarla,
quindi è certamente un settore che non ho abbandonato e che continua a interessarmi,
però tutto sommato gli architetti vedono il paesaggio in chiave architettoniche.
Io faccio il contrario, ormai da tempo vedo l'architettura in chiave di paesaggio,
quindi privilegio senza dubbio il paesaggio.
Dunque, puoi raccontarci brevemente il suo interprofessionale?
Da cosa, insomma, come è arrivato ad essere paesaggista?
Sì, appunto, prima di essere paesaggista mi sono interessato di paesaggio, diciamo così.
Mi sono interessato il paesaggio prima ancora di sapere che ero interessato a questo.
Semplicemente il paesaggio univa due mie passioni,
che sono da un lato la storia e dall'alto la natura.
Essendo il paesaggio per eccellenza, il luogo di accumulazione e delle attività umane,
credo che il paesaggio fosse un campo che mi ha fascinato sin da sei giovane.
Credo che, siccome sapevo che mi avresti fatto questa domanda, ho provato a pensare.
Ho gestato qualche episodio che mi ha in qualche maniera segnato.
Devo dire di sì, credo di sì.
A partire, io mi sono laureato alla Facoltà di Architettura di Roma nel 1974
e praticamente subito ho avuto una frequentazione con l'Olanda, molto continuata,
con l'Olanda in cui non esisteva ancora vestacto, ovviamente.
Certo, ma...
Era l'organissimo che vò dall'esista.
Ma l'Olanda ha un paesaggio straordinario, un paesaggio straordinario
ed è forse un luogo che mi ha segnato perché lì ho capito come il paesaggio potesse essere costruito.
È mutato anche in tempi brevi, trasformato e non solo in peggio, in meglio.
Il paesaggio landese è un paesaggio fortemente artificiale costruito
negli ultimi secoli.
È di grande fascino rendersi conto di questo.
E poi credo di aver avuto un'esperienza straordinaria.
Sono stato fortunato quando sono andato in Olanda.
Era da poco stato recuperato l'ultimo grande polder dell'Olanda, quello che c'è il Flevoland.
E io ricordo come uno dei momenti più emozionanti della mia vita,
questo attraversamento del Flevoland con una 850,
in un paesaggio completamente piatto, senza ovviamente nessuna presenza vegetale,
con le strade bianche che erano appena state tracciate,
e con questi campi non in rizzonte infinito, coperti esclusivamente da colza,
che era la pianta che veniva usata per desalinizare i suoli.
E me la ricordo ancora con straordinaria emozione.
Infatti, ancora non sapendo che mi sarei occupato di paesaggio,
che sono andato a recuperare quella che è stata forse la prima cosa a stampa un po' più completa fatta.
Ed è un numero di parametro del 76,
e questo numero di parametro del 76 fatto, si chiama Olanda, fra città e campagna.
Città e campagna, un tema molto alla moda ora,
ma evidentemente molto interessante anche allora.
Poi sono stato di nuovo fortunato, perché in Italia,
in quegli stessi anni, più o meno dal 77, qualcosa del genere,
sono diventato Consulente del Comuni di Pesaro,
che era allora una realtà urbanistica molto avanzata in Italia.
Mi sono subito, sono stato messo a lavorare prima sul piano delle zone agricole.
Poi ad un concorso nazionale che allora veniva abbandito per preparare il progetto generale
per un'area naturalistica molto bella, che è una sequenza di colline
che si estende sul mare fra Pesaro e Gabicce,
e che oggi parco regionale, parco naturalistico-regionale,
ma di cui allora si cominciava a pensare ad un piano di protezione.
Anche professionalmente sono stato indirizzato verso questo sentore
che evidentemente doveva piacermi e che quindi avevo cercato.
Poi credo di avere definitivamente capito che questo era il mio tema,
quando incontrai a Roma quello che era all'epoca il curatore dell'ortobotanico Mario Catalano,
purtroppo recentemente morto,
con cui decidiamo insieme di scrivere un libro
su un tema che cominciava a facciarsi con evidenza nel campo teorico,
ed era il tema di restauro del giardino storico.
Facciamo quello che è stato uno delle prime elaborazioni uscite in Italia
su questo tema e da allora non l'ho più lasciato.
Grazie mille.
Ecco, lei ha scritto quindi molto sull'Italia e sul suo territorio.
Come è possibile che nelle terre che hanno visto nascere grandi artisti del passato
siamo arrivati a parlare di sopravvivenza del paesaggio?
Rispondo volentieri, anche se credo di avere scritto poco sull'Italia.
Sì, è una questione che investe più in generale,
la vita italiana come è possibile che la scena del territorio italiano sia così,
così ormai dimessa e triste quando questo Paese ha avuto questa grande tradizione
nel tema del paesaggio.
Ma ci sono più, credo che tutto questo sia la conseguenza di più ragioni,
difficili da condensare.
Il bel paesaggio, il bel paesaggio dell'Italia.
Proviamo a affrontarla così, ma siamo certi che questo bel paesaggio fosse un bel paesaggio per tutti.
Il bel paesaggio italiano, che era costituito da una singolarità dell'Italia,
che i viaggiatori che giungevano da fuori collivano subito,
la diversità, la diversità che l'Italia proponeva nelle sue terre
passando tra un territorio l'altro a breve distanza tra loro,
che è una caratteristica italiana, che è il prodotto del clima particolare,
della diversità dei suoli e che storicamente aveva prodotto un paesaggio estremamente articolato.
Molto bello da vedersi.
In questo paesaggio molto bello da vedersi, che noi oggi ricordiamo,
lo vediamo per lo più rappresentato, non l'abbiamo vissuto direttamente,
lo vediamo rappresentato in tutta la tradizione della pittura, dell'inizio della fotografia.
Questo paesaggio però era un paesaggio che nascondeva dolore.
Questo non dobbiamo dimenticarlo del tutto.
Era un paesaggio, le indagini condotte in Italia
all'inizio del 1900 e anche dopo la Seconda Guerra Mondiale,
fino agli anni 50 mostrano che la campagna italiana fosse un luogo terribilmente povero,
un luogo in cui si moriva di malaria, di tubercolosi.
Quindi questo paesaggio non doveva piacere davvero a tutti.
Era ben rappresentato nelle immagini che erano a pannaggio di coloro che lo possedevano,
cioè dei cittadini.
L'Italia ha questa dicotomia fortissima fra città e campagna.
La campagna era proprietà della città.
Non abbiamo una grande tradizione di agricoltori proprietari, non avevamo.
Quindi probabilmente è una delle ragioni un po' dell'abbandono di questo paesaggio,
che coloro che lo vivevano davvero non avevano verso questo paesaggio, questo grande amore.
E coloro che lo possedevano poi si sono del tutto disinteressati dell'aspetto estetico,
che hanno privilegiato quello economico.
È accaduto qualcosa di diverso, ad esempio in Francia o in Germania,
dove la ricca aristocrazia e borghese urbana aveva in campagna residenze più stabile, più fisse.
In Italia non è mai accaduta.
Quindi da una parte c'è sicuramente questa questione un po' del non amore
per il paesaggio da parte di coloro che un tempo avevano avuto storie,
non evidentemente non si derate troppo felice in questi luoghi.
Poi dall'altro purtroppo la protezione e la salvaguardia del paesaggio
è appannaggio delle nazioni culturalmente avanzate
e che riconoscono nel paesaggio un'identità collettiva, non è questo il caso dell'Italia.
Certo.
Quindi ho detto ciò, non so, quale opportunità secondo lei può affaire l'Italia ad un architetto paesagista?
Se ne vede l'italia.
Vi verrebbe da rispondere che è uno dei vantaggi della globalizzazione,
perché la globalizzazione ha qualche vantaggio.
È che come appunto i cinesi che vengono ad aprire attività commerciali
dopo qualche anno si sentono un po' italiani giustamente,
anche gli italiani possono sentirsi cittadini di Shanghai o di San Francisco.
Quindi l'orizzonte del paesagista è sicuramente molto ampio.
L'Italia ha potenzialmente una situazione interessante per un paesagista, per vari motivi.
Prima di tutta perché fortunatamente i paesagisti ce ne sono ancora un numero limitato.
Non credo che l'attività del paesagista sia un settore che possa offrire grande, grande, grande mercato,
ma io lo ritengo un settore indispensabile.
E per ora i paesagisti sono piuttosto pochi.
Poi ancora paradossalmente va detto che l'Italia ha perso di vista la tematica della qualità
della scena urbana e della scena territoriale in genere.
La pezza completamente, non la ritiene più un elemento di qualità, ma questo non è così fuori dall'Italia.
Quindi se l'Italia vorrà continuare a competere nel mercato internazionale, dovrà mutare i suoi orientamenti.
Quindi potenzialmente le possibilità e i potenziali sono alte e ampie.
È vero che per invece contrasta questa affermazione con quanto avviene oggi un po' singolare che l'Italia,
nelle sue amministrazioni pubbliche, non offre nessuna opportunità di un paesagista.
Credo che sia forse l'unico paese europeo in cui non c'è un solo paesagista che stia lavorando all'interno di una amministrazione pubblica.
E questo è uno straordinario paradosso da quello spero che negli anni prossimi si possa riuscire.
Quindi, in definitiva, vogliamo vederci un futuro per l'architetto paesagista in Italia?
Sì, allora, assolutamente sì, certamente sì, ripeto.
La situazione attuale non è affattorose perché, come tutti sappiamo, la sensibilità verso il tema del paesaggio è modesta.
Tutto sommato ci si limita a redigere qualche documento, a fare conveni, lì tutto si chiude.
Il paesaggio è interessante sina che non contrasta con interessi economici di gruppi imprenditoriali che vengono.
Ovviamente nella situazione italiana sempre privilegiati e il paesaggio è solo la vera tutela del paesaggio
e tutto sommato dimandata piuttosto all'iniziativa di gruppi, di singoli, di associazioni che così nascono spontaneamente,
piuttosto che ad una vera e forte regolamentazione e coscienza di tutela.
Però, detto questo, io credo che la situazione dovrà necessariamente mutare, è vero, non c'è mai fino al peggio,
però, detto questo, se l'Italia, ad esempio, vuole mantenere una minima quota di presenza nel mercato del turismo internazionale
e sarebbe criminale che continuasse a perdere il turismo come sta venendo.
Se l'Italia non vuole vedere decadere davvero in maniera definitiva le scene urbane,
guardate che la decadenza della scena del luogo di vita allontana le possibilità di investimento, questo dovrà mutare.
Oltre a ciò, io credo che noi negli anni prossimi saremo davvero confrontati con la necessità del campiamento,
più che l'opportunità o la protezionalità. La necessità, appunto, la questione del riscaldamento globale
è solo una, delle questioni della progressiva perdita di qualità della scena generale di vita.
Temo che negli anni prossimi queste questioni diventeranno sempre più presenti, oggi tutto questo prodotto sta producendo un forte mutamento
anche nella stessa attività produttiva, certo siamo sovventi di fronte a piuttosto fenomeni,
quelli che vengono chiamati di greenwashing, di riconversione superficiale, su temi legati al verde.
La mia impressione è che negli anni prossimi questi superficieli diventeranno decisamente più rilevanti e determinanti.
Quindi credo che davvero la scena si modificherà al punto tale da rendere necessario la presenta di tecnici che abbiano in questo settore
competenze specifiche alte. Come oggi è impossibile pensare ad una situazione, ad una città che si appriva di medici,
ad esempio penso che per il futuro forse le città non potranno essere private degli architetti del paesaggio.
