Eccola, la città.
Vista da qui, la distanza è siderale.
Sotto l'effetto di un persistente maleficio, ogni nuovo tempo esiliava il precedente.
Manipolare il passato richiede una disciplina inesorabile.
La parola solida d'Italia.
La parola solida d'Italia non esiste.
C'è lo sciopero dell'Ilva il 1 marzo del 44.
Buon pili, mi chiamo, mi dici a sentire.
Tu devi andare in giù.
In giù perché?
Perché devi organizzare i tuoi che sono iscritti al fronte della gioventù.
Il mio padre mi dice, fai lavori, fai come ti sembra giusto fare, però sappi che io non ti posso fare niente, che avevo due frattali piccoli.
Sono in tattro, ho fatto finta di liberare il cartellino, sono nato dentro, ho distribuito i manifestini che mi hanno andato e sono stato un po' lì.
Una mattina alle 6 sono uscito.
Noi eravamo come puccini vicine ai nostri metri, il padre mi ha preso insieme ai miei metri, allora ho cominciato a prendere così al caso, giovani e ansiali.
Attaccano altri vagoni, chiudi, pionvi e parti e siamo andati in Germania.
Ma in Germania quelli là, l'invalidi Amatose e gli 76 sono tornati tre, molti tutto.
Noi ci ha portato un campo di lavoro, un grosso tabellimento.
Il grosso tabellimento dell'Erbangering, uno dei più grossi tabellimenti tedeschi.
C'era una babela, però entravamo in un posto, in un periodo dove vedeva la legge, io per sé e io per tutti.
La parola solida all'Italia, non salvare i casi, non esisteva.
La parola solida all'Italia, non salvare i casi, non esisteva.
La parola solida all'Italia, non salvare i casi, non esisteva.
La parola solida all'Italia, non salvare i casi, non esisteva.
La parola solida all'Italia, non salvare i casi, non esisteva.
A quel tempo si tenevano rituali per celebrare il nuovo.
Ondate di energia turbulente, esseri umani dappertutto, molti con i cappelli.
Più tardi iniziano a separarsi tra loro o a unirsi in masse.
Lasciarono tracce, il cui senso rimane inafferrabile.
Corrodere le immagini del passato, richiede una procedura ossessiva.
La memoria è un fossi, un processo di stratificazione continua.
La parola solida all'Italia, non salvare i calciatori,
non salvare i calciatori, non salvare i calciatori, non salvare i calciatori.
Le loro case erano tente insieme da mattoni russi che altro cimento ha coperto.
Poco dopo pregerò a innalzare totem di materia pesante in via giolungo i secoli.
È qui dove la natura viene rispinta oltre gli alti forni,
al di là dei gasometri, che un giorno sono arrivati a lavorare alcuni dei più celebre scultori contemporanei.
Fra queste strutture, tra i laminati, le bramme d'acciaio, i pani di chisa,
in un cielo sempre carico di acri velature, essi hanno realizzato le loro opere.
Gigantesca e apocalittica si erge tra i fabbricati anonimi della stazione.
Le linee lontane sembrano appiattirsi nel cielo.
Improvvisamente, la città era in stato da sedio.
Orari prevedibili esplodevano bombe in luoghi imprecisati.
La paura si propagava come un'epidemia.
Poco tempo più in là, presero a ignorare ogni cosa.
Obevivano un ordine, abbandonarono il ricordo.
La memoria si dilegoava, si proteggiva, si rifiutava di collaborare.
Il tutto divenne più facile, quando i fatti sparirono dalle cronate.
Continuarono così, fermandosi tutti i giorni a dimenticare ricordando.
Esponevano i trofei della storia, le cerimone si spostavano all'aria aperta.
Si adattarono con docilità alla loro amnesia.
Alla fine, il passato parlava una lingua intraducibile.
Cosa si nutriva della decomposizione della memoria?
Conservare una memoria, se ci pensate, equivale a sfidare il tempo.
Non è per questo che io resto invisibile.
Non è per questo che io tolgo la memoria, non è per questo che io tolgo la memoria.
Non è per questo che io tolgo la memoria, non è per questo che io tolgo la memoria.
Non è per questo che io tolgo la memoria.
Non è per questo che io tolgo la memoria.
