Cari amici, in questa sera sono veramente emozionato perché accanto a me ho un personaggio
come Roberto Villa che non so ha riempito di sé della sua creatività, della sua visione
di futuro, tutta la nostra stagione culturale, davvero culturale. Pensate, nel lontano 1957
questo signore ha creato un'azienda Audiovisual Communication, era il 1957, che cosa c'era
allora in Italia di Audiovisual, c'era un canale RAI se non sbaglio? Stava nascendo
qualcosa di molto importante, che era la tecnologia indirizzata all'alta fedeltà
e dal video, non dimentichiamo che la possibilità di vedere cose video di quei tempi era demandata
solamente alla televisione o alle macchine da ripresa cinematografica, stavano nascendo
i video registratori. Quindi mettendo insieme audio e video cosa che poi è diventata una
formula ben definita da Pierpaolo Pasolini, Audiovisivo, a questo punto mi è perso che
il prosiego della mia attività di tecnico elettronico fosse orientato verso quella. Quindi
Audiovisivo. Eh sì, una grande visione di futuro perché bisogna sempre guardare avanti,
invece in Italia c'è troppa gente che si guarda soltanto dietro le spalle o vuole
mantenere lo status quo, no? Sì, io ricordo un libro, credo autobiografico, di Vittorio
Gassman che era un grande futuro dietro le spalle. Quindi dietro le spalle bisogna avere
qualcosa, quando si dice che chi non ha conoscenza della storia non può avere un bel futuro,
è vero, però non ci si può guardare solamente indietro, perché se no ci si inciampa. Certo,
certo, ma dall'audiovisual poi il passaggio alla fotografia, perché Roberto Villa è stato
ed è un grande fotografo, come è stato questo passaggio? Un passaggio naturale forse? Sì,
intanto io invito gli amici che guardano e vedono di non credere a quello che dice Luciano
perché gli amici non sono mai attendibili quando laudano qualche uno, lo fanno per amicizia
e quindi, ma certamente la fotografia entra nell'ambito della mia attività, perché negli
anni 50 la fotografia era l'unico elemento per potere catturare le immagini che ci circondavano,
non si poteva parlare di cinema così come si pensa al cinema oggi, perché oggi il cinema
si fa con una macchina fotografica, si fa con uno smartpad, ecco, per cui la ripresa
era dedicata solamente alla possibilità di utilizzare una cine presa, ricordo la Pagliard
che era una macchina meravigliosa. Ah, io ce l'ho, ce l'ho, ce l'ho per la Pagliard.
Due ottiche, tre ottiche, quindi cose meravigliose in 8 e super 8 mm per gli amatori, quindi
costosissime e lentissime, perché bisognava prendere il rullino che ne veniva fuori, la
piccola pizza, inviarla in Germania spesso e ottenerne poi settimane dopo il rullino
nel quale noi scoprivamo di aver fatto dei pasticci enormi, oppure di avere qualcosa
di meraviglioso ma fuori tempo insomma, molto distante dall'arriamento, quindi tutte
le cose diverse. Quindi il passaggio alla fotografia è stato determinato dalle esigenze di guardarsi
attorno e prendere quello che c'era e costruirne dei documenti, in realtà tutta la vita io
ho pensato di costruire documenti visivi, fotografie, a futura memoria, questo era
l'interesse, perché gli altri vedano, d'altra parte, in coscienza o meno coscienza
tutti fanno così. Garo Roberto, tu dici che non devono ascoltare
le lodi che io ti faccio, però dico le lodi te le fate anche Pier Paolo Pasolini, che
a un certo punto ha voluto te, soltanto te, per documentare le riprese di un suo film
famoso, che era il fiore delle mie le una notte, il terzo film della parte che lui ha
dichiarato la filmografia, la trilogia della vita. Quindi sì, questo qui è vero, però
non tanto mi ha considerato come fotografo, perché in quel momento in cui lui mi ha accettato
sul suo set non aveva visto il mio lavoro, ma mi aveva sentito, cioè io avevo incontrato
Pasolini a Milano nel 1972, perché c'era un convenio dove si parlava anche della possibilità
da parte delle nascenti TV di tagliare i film inserendo la pubblicità, ovviamente i registi
erano scandalizzati e furibondi. Pasolini era in questo gruppo invitato a parlare, visto
questo tipo di presenza io mi sono precipitato con la macchina fotografica, ovviamente ho
scattato un po' di foto, dopo di che finita la serata ho incontrato Pasolini e gli ho
chiesto se avessi avuto piacere di parlare di qualcosa in cui lui si era mosso in maniera
molto sostanziosa che era il processo linguistico del cinema e lui mi ha guardato con un certo
stupore perché mi ha visto con la macchina fotografica a peso al collo, congiuntamente
parlavo di cose e massimi sistemi, linguistica, semilogia del cinema che certamente gli
hanno fatto riflettere sulla sua attività, che è incredibilmente diversa per qualità,
per tutto, però aveva in comune un processo identico, alte competenze nell'ambito linguistico
operatività diretta con la macchina da ripresa, perché Pasolini usava personalmente la macchina
da ripresa. Quindi a questo punto mi ha detto, ma sì sono interessato però tra poco parto,
pur avendo mi dato il suo indirizzo di Roma, parto per il Medio Oriente e poi quasi ragionando
tra sé e sé, ma ad alta voce aveva detto, beh, però posso dire che c'è un fotografo
sul set, se vuoi venire, beh, io non me lo sono fatto dia due volte, insomma.
E Pasolini era rimasto stupefatto di trovare un fotografo colto, no? Perché un limite
della fotografia è proprio la preparazione culturale che sta nel fotografo dietro la
macchina fotografica. Sì, questo voglio dire non è un fatto
solamente italiano, ecco, in tutto il mondo ci sono scuole dove insegnano a fare click,
dove vi insegnano tutto sulla tecnica, ma la vera scuola l'abbiamo noi in Italia con
tutte le opere d'arte che ci circondano sia la scultura sia l'opera d'arte intesa come
pittura dove abbiamo le costruzioni più raffinate dei nostri grandi maestri dei quali
però non abbiamo studiato nulla, perché a partire dall'Albertis che ci parla della
prospettiva centrale a passare attraverso gli altri, i grandi che usano le sezioni
auree, orizzontali, verticali, rapporti armonici, persino Eisenstein in un suo film che mi pare
sia Ivan Il Terribile pone il pope che lui ha nominato e che discute con lui sui bastioni
che sovrastano la città, i due si spostano continuamente, or Eisenstein poteva farli
stare fermi, perché li fa muovere, li fa muovere perché il movimento dell'uno prende
il posto dell'altro significa che il potere dell'uno si sostituisce
dell'altro quindi la simbolistica, ma congiuntamente per i grandi mantelli che hanno attorno che
usano, buttano i mantelli facendo fare delle roteazioni al mantello per cui si sono questi grandi mantelli
che hanno attorno che fanno i pittori, va giunto che Eisenstein era anche un architetto che aveva
scoperto, che aveva scoperto, perché qui abbiamo la massima disponibilità di poter imparare, ma
anche il suo senso, dalle circostanze di vita non avevano avuto una scuola vera. Le scuole vere
ma non so con quale risultato finale, perché poco si vede di queste cose in ambito di una coscienza operativa da parte dei fotografi.
Tu a un certo punto poi hai deciso di smettere di fotografare, hai creato una fondazione, hai usato il tuo grande archivio,
e stai usando il tuo grande archivio per organizzare delle mostre sparraci del perché di questa svolta e di come si sta sviluppando questo discorso.
Sì, credo che c'è alcuno di noi viva cosciente o non cosciente di una certa dignità e non si può arrabattarsi come faceva un giovane di 18 anni o di 20 anni
per terra, per infilarsi da qualche parte e per fare riprese diverse, perché poi tutti sono la ricerca della cosa diverso,
e poi non si trova perché il diverso in quanto tale esiste basta guardarsi in giro.
Quindi non si può a 50 anni comportarsi come uno ragazzino di 18 o di 20 e avendo a 50 anni, 60, maturato una grande esperienza,
torna a dire antropologicamente intesa, beh uno pensa che può spendere quella e rivolta al sociale, perché questo? Io ho fatto sempre molta attività di formazione, rivolta ai giovani,
talché non dirò il nome, ma un giorno un fotografo noto allora, non allora ma dopo, ho diventato più noto da allora, mi incontra, era 1978,
e mi dice, sai i colleghi sono un po' arrabbiati con te e io dico, sono lieto di apprenderlo, però ti dirò che non siamo colleghi con questi signori e chiedo di che si tratta
e lui mi dice, sai e tu paghi troppo gli assistenti, cioè mi sembrava sconvolgente, un'affermazione di questo genere, per cui un giovane assistente che viene da me per lavorare
ed è molto bravo, mi pare che abbia diritto ad essere pagato, soprattutto quando mi dice questo giovane non dirò il nome perché adesso è un signore e quindi non vorò mettere in giro cose che lui magari non racconta, non ha piacere di raccontare,
ma mi dice, mio zio mi dà 50 mila lire al mese, se lei mi dà la stessa cifra io avrei del lei e dico, va bene, perché, ah ma qui è tutto bianco e poi c'è anche la musica, dico da tuo zio è tutto nero e non c'è musica, quindi era molto facile,
va bene, questo giovane era bravissimo, bravissimo, io stavo al telefono con i clienti e lui preparava il set, metteva le cose, un giorno mi dice, è tutto pronto, se viene a scattare io vado di là, guardo, dico no, torno al telefono, scatta a te e mi dice, ma mio zio non voleva, dico stai lavorando per me, non per tuo zio,
da quel momento io ho messo insieme al mio nome il suo, l'alamentilla che questo fotografo che mi ha incontrato era anche questa, ma tu fai anche firmare i tuoi assistenti, certo, perché quelle 50 mila, intanto sono liberate 400 mila solamente due mesi,
otto volte tanto perché meritava veramente tanto e la firma mi sembrava un doveroso riconoscimento a chi lavorava, per me a pieno titolo con qualità e questo non era piaciuto,
dopo di che a questo fotografo che adesso non c'è più e mancato si occupava di architettura, gli ho regalato un disco, gli ho detto vedi, io non faccio solo il fotografo,
faccio anche il fonografo perché ho registrato dei dischi con l'inopatruno, con tanti altri nel mio studio fotografico che però ho aggiunto,
ecco perché non siamo colleghi, perché io sono una agenzia pubblicitaria, quindi la cosa comica era che le agenzia pubblicitarie potevano fare tutto, allora fotografia, riprese audio, video eccetera,
i fotografi no, solamente fotografia e pergiunta sotto controllo della questura perché i negativi andavano ottenuti a disposizione,
in quanto se io avessi fotografato un big dramafia senza saperlo avrebbero potuto trovarlo nelle mie fotografie e dire allora è stato qui a chi ora do è inseguirlo probabilmente,
cose che invece pure essendo le cose identiche come agenzia, non accadeva come agenzia pubblicitaria, quindi ecco lo scarto intanto dall'avere fatto il fotografo
e con i grandi del passato che sono importanti, che abbiamo detto prima Pasolini ma anche Dario Focchi, ho seguito dal 60 al 2012, lui ha voluto che andassi a fotografare l'ultimo lavoro che ha fatto con Francarame,
quindi proprio l'ultimo, non c'è altra documentazione, infatti...
E stai preparando una mostra con queste fotografie, no?
Una mostra è partita già in Italia e la prossima sarà tra pochi, due settimane, a Vienna all'Istituto italiano di Cultura,
e mi ha telefonato Giacopo Fò, ha detto che sono l'unico che fa qualcosa perché al momento in cui papà è morto, tutti hanno fatto mille promesse ma poi tutti sono spariti.
Eh sì, proprio me di Italy insomma.
Sì, noi quando abbiamo dei bravi sembra che non gli si voglia a riconoscere, quindi un Nobel sembra che poi anche il suo Nobel molti hanno detto ma un attore, hanno dimenticato, io non so quanti, ma certamente ha centinaia di scritti, centinaia di libri scritti
e il premio era per la letteratura, quindi che non conosceva la letteratura di Dario Fò pensava che fosse solamente un attore, dimenticando che i suoi testi erano tradotti in tutto il mondo, studiati sia per la parte teatrale sia per la parte estetamente letterale.
E poi pittorica, perché poi lui è stato anche pittore, quindi noi abbiamo il brutto vizio di non riconoscere il Leonardo moderni che abbiamo a disposizione, pensando che Leonardo sia uno solo, ma il Leonardo sono tanti,
quello che forse non piace e pensare che ci sia qualcuno così più bravo di me che riesce a far tutto quello che non so fare.
In fondo è la conseguenza di questo individualismo sfrenato che è la più grossa malattia di noi italiani, raccontami un po' quello che è il programma delle tue mostre in questo momento.
Dunque in questo momento proprio dopo domani mattina venerdì ci sarà un piccolo inconto per la stampa per presentare una mostra che durerà molti mesi e che viene fatta a Esinolario.
Esinolario a 930 metri sul lago ha avuto la peculiarità con 500 o 700, mi pare, nei momenti più densi di abitanti, di invitare 1500 wikipedia per il Meeting Internazionale di Wikipedia l'anno scorso.
Un successo incredibile che porta merito anche al sindaco che è Pietro Pensa, una persona squisita che lavora gratuitamente con tutto lo staff dell'aggiunta per il bene del paese
e che non poteva non trovare interessante portare ai suoi concitadini una cosa importante come la conoscenza di Pasolini.
Per cui in questa mostra viene ad essere presente il suo cinema attraverso delle proiezioni che faremo nel Larco della Durata che va da novembre 2017 a giugno 2018,
nel quale faremo molti eventi, portando dentro anche cose, farò delle mostre di altri fotografi che verranno invitati e mi prenderò il lusso di invitare quelli che io ritengo dei bravi fotografi, quelli che non saranno invitati,
magari sono anche bravi ma se sono a Catania o a Cagliari non possono venire quindi mi dispiaceva per lo, però il punto è che il mio invito è rivolto a delle eccellenze per i lavori che fanno e non per il nome che portano,
perché attenzione al marketing che è qualcosa che si disgiunge dalla qualità spesso e quindi la mia disposizione far mostre e a recuperare il mio materiale come dicevi Pocanzi dall'archivio è proprio per l'attività sociale.
Io penso che se tu avessi mille miliardi non ti costerebbe niente a regalare dei soldi, se non dire peccato non sono più 1.000 ma sono 999, ecco voglio dire, i paperoni dei paperoni esistono anche, però se parliamo di gente che sta in una società vorrebbe che gli altri stessero bene,
John Don, nel lavoro di perché suona la campana di Hemingway, dice io non so perché suona la campana ma certamente la campana suona sempre per me,
mi chiama sempre, io non posso far finta di non sentire, di non essere presente, quindi a questo punto che faccio porto questi lavori che non sono a prendere le foto alle pareti, cosa che finisce
finisce
un fotografo amico che si chiama Peter Strabel ed è finlandese che ha fatto un lavoro meraviglioso su matera nel 1984, quando matera era praticamente destrutta non c'era,
le foto di cui mi ha regalato una recentemente sono meravigliose, fatte benissimo, documentano, sono documenti insostituibili, quella matera non c'è più, lui la documentata, quindi non pensando a cosa ci guadagnerò, ma pensando cosa potranno vedere gli altri di qualcosa in cui nel momento che
lo resistono non c'è più. Questa è l'aspetto importante e la disponibilità di un documento consente di parlarne. La disponibilità di un lavoro su Pazzolini, su Dario Fo, su Bruno Munari, su Alti, con i quali io collaborato è tale perché noi facciamo vedere la foto, ma poi facciamo
il pubblico che vorrà venire a sentire sente anche le argomentazioni che stanno su quel lavoro, che ha delle valenze anche di tipo stretamente fotografico, come dicevo prima le composizioni, io non riesco a fotografare se non pensando in maniera composta.
Cioè quando tu scrivi qualcosa non è che scrivi a caso, metti il nome, poi metti a caso una via, metti con una struttura organizzata in modo tale che chiunque trovi un soggetto, un predicato verbale, un complemento oggetto, vada avanti, regolarmente comprenda.
Queste cose qui bisogna che i fotografi le imparino perché non si può fare una foto pensando che quella foto debba comunicare quando non c'è un codice comune.
Il codice comune noi lo abbiamo è la lingua, quindi io parlo una lingua che nota, la posso parlare male, posso avere degli anacoluti minciampo, però è una lingua per tutti comprensibile nella quale si può farmi l'osservazione che non sono stato preciso, che non sono stato corretto, ma hanno capito la maggior parte.
Nell'ambito della fotografia io ho assistito ad una conversazione di una responsabile di software a Londra che diceva, avevamo un dubbio sulla valutazione tra la foto di un fotografo importante, vivente, e quella sono un documento di un fotografo che non c'è più, ma di 100 anni fa.
La valutazione è di per sé ovvia, questo può continuare a fotografare per tutta la via, questo è un documento unico.
Quindi se un grande presentatore di opere d'arte ha dei dubbi e come responsabile ha un responsabile che a mio avviso ha poche idee e pergiunta confuse, è evidente che la fotografia non riuscirà mai ad afformarsi, se non per il fatto che se tu sei un grande galerista prendi la mia roba la imponi dicendo costa 100.000 euro
e tutti gli ranno, caspita che costa.
Sero importante per quello che ho deciso tu, ma non per la qualità del mio lavoro, questo è un punto nodale.
Avete visto, amici miei, che bel personaggio stasera abbiamo conosciuto, io mi auguro che venga ad incontrarci altre volte per approfondire, articolare altre argomentazioni.
È un amico del salotto delle idee, spero. E allora io vi saluto insieme con Roberto Villa e vi do appuntamento alle prossime volte.
Grazie e buonasera.
